Lavorare sul conflitto attraverso la prosocialità

Sabato pomeriggio 8 marzo e Domenica 9 Marzo 2014

a Savignano sul Rubicone, FC

A Savignano sul Rubicone,FC, il gruppo PER (Prosocialità Emilia Romagna), uno dei settori  dell’’ACCADEMIA il PICCOLO PRINCIPE (nata il 14 ottobre 2013, con sede a Savignano sul Rubicone, impegnata a promuovere e realizzare formazione, ricerca e consulenza psico-socio-pedagogica e filosofica), ha organizzato un modulo formativo tematico (teorico e pratico) su: “LAVORARE SUL CONFLITTO ATTRAVERSO LA PROSOCIALITÀ”, tenuto a Savignano sul Rubicone nei gg. 8 e 9 MARZO 2014, con la collaborazione didattica e scientifica dell’associazione ISACpro; il conduttore del modulo è stato Donato Salfi.

Domenica 9 ,stessa sede,  dalle ore 17:30 alle 19,00 il corso si è aperto a genitori e insegnanti per dialogare sul tema: l’educazione oggi, che fare?

Ha condotto il dialogo sul ruolo educativo che è proprio dei genitori e degli insegnanti. Donato Salfi  (psicologo dell’ educazione)

 

QUALI SONO I CONTENUTI DEL MODULO?

Approccio teorico-metodologico della prosocialità

Il comportamento prosociale: definizione, origini, motivazioni e fasi

Gli stili relazionali: assertività, aggressività, passività, competitività, cooperazione, altruismo, prosocialità

I comportamenti che costruiscono e consolidano i legami

La formazione come cambiamento

Lo stile educativo prosociale per ridurre il conflitto.

QUALE ORGANIZZAZIONE?

“Lavorare sul conflitto attraverso la prosocialità”, è uno dei moduli di un percorso di formazione volta a conseguire il titolo di “Esperto di analisi e programmazione del comportamento prosociale” che prevede la conoscenza teorica e pratica del modello TAP – Training di Abilità Prosociali.

E’ possibile frequentare anche un solo modulo e/o moduli relativi a tematiche che rispondono ai singoli interessi personali e/o professionali.

Per chi lo richiede, saranno certificate le conoscenze, le abilità, le competenze apprese e verificate alla fine di ciascun modulo frequentato.

La frequenza di un modulo non è vincolante alla frequenza  di altri moduli. Coloro che lo desiderano approfondire, possono frequentare i successivi moduli tematici fino al conseguimento del titolo finale.

A CHI E RIVOLTO? I singoli moduli tematici e l’intero corso è rivolto a cittadini, giovani e adulti, associazioni, cooperative sociali, professionisti, insegnanti, genitori, dirigenti, operai, commercianti, amministrativi e amministratori ecc…

CHE COS’È LA PRO SOCIALITÀ?

La prosocialità  è patrimonio dell’umanità, ogni persona, anche la più difficile di questo mondo, possiede comportamenti prosociali (presenti nel patrimonio comportamentale e genetico), l’obiettivo è di trovare modalità e strumenti per aumentare il patrimonio personale per potenziarlo ed estenderlo ad altri e altro.

Lo scenario prosociale è definibile come intrinsecamente rinforzante in quanto aumenta le emozioni di calma, distensione, euforia, correlate con l’aumento delle endorfine.

 

Chi è ISACPro?

E’ un soggetto competente riconosciuto a livello nazionale (accreditato dal Ministero della Pubblica Istruzione) ed europeo nel campo della Studio, Ricerca, Formazione e Pubblicazione riguardanti il Comportamento Prosociale.

 

Appunti del percorso LAVORARE SUL CONFLITTO ATTRAVERSO LA PROSOCIALITA’

Curato da Laura Giovannetti, in collaborazione con Chiara Vandi, Marta Grassi, Vittoria Pollini, Carla Amadori

 

Donato Salfi ha esposto argomentazioni chiare e fornito linee guida teoriche e pratiche che ci hanno permesso di entrare fin dall’inizio nel modulo tematico di riferimento.

Il cambiamento (changing) dei comportamenti quotidiani è una scelta personale e il passaggio da “cosa sono” a “cosa devo essere” porta inevitabilmente ad un problema (distanza tra essere e dover essere). Attraverso il cambiamento ci si apre quindi ad una nuova strada, una nuova meta che porta a nuove responsabilità.                                                                                                                                       Esistono quattro step di cambiamento:                                                                                                  – inconsapevole incompetenza (sono incompetente ma non so di esserlo)                                            – consapevole incompetenza (mi accorgo di non possedere le competenze)                                          – consapevole competenza (possiedo le prime competenze che riesco a mettere in pratica in modo ancora incerto)                                                                                                                                        – inconsapevole competenza (ho appreso il cambiamento e lo metto in pratica istintivamente).

Ci sono quattro pilastri dell’educazione che elenchiamo in crescenza: sapere, saper fare, saper essere e saper lavorare insieme.                                                                                                                        La fonte del sapere è data dalla relazione con l’altro, trasmettendo e ricevendo il sapere dall’altro.  Il gruppo genera un sapere che il singolo non potrà mai generare. Il sapere dunque è bilaterale e lo studio deve essere integrato con l’esperienza.

Per gli adolescenti il rapporto “uno a uno” è migliore del rapporto “dieci a dieci” dove il soggetto può sentirsi incapace di esprimersi e quindi per contrasto sviluppare un comportamento deviato.  Ma non si deve contenere il comportamento deviato del soggetto adolescente bensì educarlo ad evitare il comportamento sbagliato, cercando di fagli capire l’importanza del lavoro per l’altro e non contro l’altro, arricchendosi del punto di vista altrui. Più in specifico, il bullo non è bullo ma un bambino che ha una relazione errata con l’altro; relazione in cui possiamo intervenire; il giovane adulto con problematiche psicosociali, da piccolo era probabilmente carente di competenze sociali, l’obiettivo dell’educatore è quindi quello di fornire al bambino tutte le competenze sociali di cui ha bisogno per farlo crescere in un adulto sano. In sostanza l’intervento deve essere fatto sulla relazione e non sulla persona poiché prendersi cura dell’altro fa sentire protetto il soggetto e quindi lo fa sentire bene.

 

Esercitazione

Viene svolto un lavoro a coppie (giornalista-esperto, esperto-giornalista) e successivamente in gruppi da quattro dove vengono poste quattro domande a cui vengono date risposte sintetiche: Cos’è il conflitto? Disaccordo, mancanza di comunicazione; Quante tipologie di conflitto esistono? Conflitti verbali, fisici, silenti…; Come si svolge un conflitto? Attraverso un imposizione, un non ascolto, un incomprensione; Che soluzione si può trovare al conflitto?

Un incontro, un chiarimento attraverso il guardarsi dentro e il guardare l’altro; Gestione e conseguenze del conflitto? Il conflitto è distruttivo ed è quindi necessario trovare una soluzione comune e valida per entrambi i soggetti coinvolti nella relazione. In base a tali informazioni si è arrivati a una definizione più ampia di conflitto.

Questa metodologia ha permesso di prendere confidenza con la dimensione del saper essere, del saper fare e saper lavorare insieme,  prendendo contatto con le competenze pro-sociali che emergono proprio in questo tipo di lavoro d’equipe.

 

Il conflitto coinvolge la relazione.       

Definizione: il conflitto è un problema relazionale verso se stessi o verso gli altri a causa di interessi e opinioni diverse (diverso è il concetto di contrasto che non coinvolge la relazione ma solo il contenuto) che va trasformato in confronto.

Tipologie di conflitto: opinioni, interessi, valori, cultura, percezioni dei problemi, insicurezza, bisogni personali e mancanza di comunicazione.

Cause di conflitto: predisposizione al conflitto, risorse carenti, lotte di potere per mantenere il rapporto gerarchico o tentare di mantenere un rapporto paritario e paura dell’altro.

 

Gestione del conflitto: se gestito favorisce la cooperazione e il consenso (il conflitto non può essere risolto) se non gestito può portare a tossicodipendenza, evasione dalla realtà, bassa produttività, scarso impegno e all’estremo pessimismo e depressione.

La relazione più complicata è quella tra individuo e comunità poiché o si sacrifica l’individuo per la comunità o viceversa. Oggi esiste un individualismo basato sul collettivismo mediatico (facebook, twitter) e l’unico modo per uscire da questa problematica è quello di trovare un modello che riesca a coniugare entrambi. Questo modello può essere la prosocialità che sta creando un cambiamento nelle scienze sociali grazie al passaggio dal concetto “Io al centro dell’ universo” al “Noi al centro dell’universo” dove il noi si realizza con la relazione con l’altro e con l’ambiente che ci circonda poiché solo nel rapporto con l’altro, l’io può essere definito, può esistere. Le parole chiave di questo modello quindi sono: ascolto, comportamento aperto all’altro, consapevolezza, formazione, coinvolgimento attivo e responsabilità.

 

Esistono quattro orientamenti sociali primari:

– individualista (solo io sono importante)                                  +  io…………………………altri  –

– competitivo (io sono più importante degli altri)                      +  io……………altri……………  –

– dipendente (io non sono importante)                                       +  altri…………………………io  –

– reciproco (sono importate come gli altri)                                 +  io/altri………………………..  –

 

Stili di relazione:

– passività

– aggressività

– assertività

La scelta di uno dei tre stili è in realtà una scelta strategica che viene applicata dal soggetto a seconda del contesto in cui si trova.

La passività può essere benigna, di comodo o causata dalla mancanza di strumenti di espressione o di un senso di inadeguatezza dal parte del soggetto. Tale stile provoca un effetto di non comunicazione nella relazione. Il passivo è dipendente dalla approvazione altrui ma, a causa del suo stile di relazione, non viene considerato e ciò provoca una mancanza di fiducia in se stesso. Comunque il suo obiettivo in realtà viene raggiunto, poiché anche in questo modo riesce a trarre dei vantaggi.

L’aggressività invece può essere un comportamento manifesto se si realizza con sguardi aggressivi e invadenza dello spazio altri, o non manifesto se si usa l’aggressività nel contenuto della comunicazione. L’effetto sulla relazione è dovuto sia dal soggetto aggressivo che dalla modalità di risposta dell’altro e dalla manifestazione che tale stile può provocare nel soggetto che lo usa,cioè  un senso di soddisfazione se è consapevole del suo comportamento o di senso di colpa se ne è inconsapevole (cioè istintuale), mentre sull’interlocutore un senso di umiliazione, paura, delusione o una risposta aggressiva e di allontanamento. L’obiettivo del soggetto aggressivo viene comunque perseguito a danno dell’interlocutore ed è per questo che di solito viene isolato. Infine possiamo affermare che la spontaneità, se eccessiva e invade la stato emotivo dell’altro, può essere considerata come un inconsapevole atteggiamento aggressivo.

L’assertività infine può essere vista come pro positività, cooperazione o altruismo. L’effetto su se stessi e sull’interlocutore è di totale soddisfazione e coinvolgimento, dove entrambi gli obiettivi dei soggetti coinvolti vengono raggiunti, creando nella relazione, un aspetto di prosocialità che però non è mai gratuito ma ha un costo di cui bisogna essere consapevoli.

 

Il rapporto tra ambiente e persona è un rapporto bidirezionale: l’ambiente invia stimoli stressori a cui la persona  reagisce con risposte, fronteggia menti, coping e a parità di stimoli si possono avere reazioni diverse.

L’incontro tra stimolo e risposta, ad esempio, crea un allarme che può essere risolto con successo o con insuccesso (esaurimento) ma tale allarme è dato non dall’intensità dello stimolo bensì dalla variazione dello stimolo (verbale, visivo, uditivo, tattile…).

 

Differenza tra linguaggio descrittivo e connotativo:

Il linguaggio descrittivo usa verbi e descrive fatti e ciò provoca nell’interlocutore maggiore chiarezza, minore possibilità di interpretazione, risparmio di tempo, diminuzione della minaccia della stima, rimane sul piano oggettivo, comunica su un codice comune a tutti e gestisce le emozioni. Un esempio: Quel bambino tocca tutto ciò che si trova sulla scrivania.

Il linguaggio connotativo invece usa aggettivi e non descrive un’ azione ma la giudica poiché crea una interpretazione della realtà che percepisce intorno a se. Esempio: Quel bambino è maleducato. Pertanto la percezione non è la realtà ma la nostra visione della realtà a seconda del contesto che abbiamo intorno; essa è caratterizzata da tre processi: selezione dello stimolo (causata dall’emotività, dagli interessi o dalle nostre esperienze), organizzazione dello stimolo (in modo che ogni azione abbia un senso compiuto) e interpretazione dello stimolo (il significato che noi le diamo). Quindi per arrivare alla verità (vera realtà) l’unica soluzione è considerare la realtà dell’altro.

 

Responsabilità sociale: tutti quei comportamenti verbali e non verbali che assumiamo verso l’altro e che possono essere ricambiati con gli stessi comportamenti verbali e non verbali senza la paura di essere per questo socialmente sanzionati. Cioè il comportamento deve essere un comportamento socialmente reversibile e non irreversibile altrimenti viene meno il rispetto e la dignità dell’altro (“Fai agli altri quello che vuoi sia fatto e te”).

Esempio di responsabilità sociale: – rapporto tra pediatra e bambino dove il pediatra si inginocchia per salutare il bambino trovandosi così alla stessa altezza e quindi alla pari, così facendo il pediatra non perde di autorevolezza ma anzi ne acquisisce- rapporto tra insegnante e ragazzo dove l’insegante da del tu al ragazzo e viceversa senza che il ragazzo perda il rispetto per l’insegnante.

 

Costo della risposta: esistono delle regole, precedentemente dichiarate, che possono o meno essere seguite in quanto ogni individuo è libero di non rispettarle. Ogni devianza però deve essere pagata, sanzionata.

 

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