Laureanda Intervista Marina Seganti

Realizzata da una laureanda in Scienze della Formazione, Università di Bologna

Il percorso del progetto Ti voglio capace, da lei coordinato, a Rimini ed a Mirandola,  ha visto risultati interessanti. Questi ragazzi, a rischio dispersione, sembra che si stiano risvegliando. Prima si stavano annoiando?

I ragazzi sono annoiati da adulti che si ripetono e si collocano in posizioni lontane dalla loro quotidianità e dal loro operare; hanno bisogno di adulti presenti, coerenti, dinamici, speciali e vicini coi quali andare più sicuri, forti e tracciare sentieri di fiducia, lontani dalla provocazione e dalla difesa. Chiedono di essere accolti, ascoltati così come sono per sperimentare di valere, di essere utili, di tessere amicizie, relazioni, di allargare, sviluppare, guardare altro e oltre mettendo in campo responsabilità e fatiche. Il progetto Ti voglio capace ha investito fortemente su tali principi e le risultanze sono state soddisfacenti.

La scuola, ed in particolare una scuola attiva come quella di Mirandola, cosa può fare?

La scuola è un insieme, un quadro, un paesaggio, una realtà unitaria che va guardata da diversi angoli di osservazione e allargata per farla conoscere e aiutare. La sua forza sta nell’insieme, nella verticalità e nell’orizzontalità interna ed esterna perché unisce, orienta, aiuta a trovare e ritrovare spazi di autonomia e di costruzione.

La scuola e la comunità locale sono chiamate ad allearsi, assumersi degli impegni irrinunciabili:

– realizzare ogni giorno qualcosa di meritevole per sé e per gli altri.

– Incoraggiare, proporre, riconoscere, accompagnare, valorizzare, scegliere, rischiare, dare fiducia, fare richieste possibili

– Esercitare l’agilità, soprattutto nell’organizzazione e nella burocrazia. Quando in una istituzione diminuisce o scompare l’agilità, è sulla strada della perdita. Non è possibile fermare il cambiamento, dunque è urgente la flessibilità per riprogettare il nuovo che avanza.

 

Se dovesse indicare  un comportamento dal quale partire, cosa proporrebbe?

L’ascolto e il dialogo sono preziosi momenti, dove si costruisce un con-tatto umano, culturale e sociale; sono generatori di un clima di prossimità, partecipazione, responsabilità, necessità di fare insieme, ognuno con le proprie forze. Per contro, una visione a ”tunnel”, la chiusura mentale, ignorare fattori altri da sé, non fanno bene né all’istituzione, né alle persone, né al sociale, né a mondo del lavoro.

In particolare gli educatore, siano essi genitori, insegnanti, educatori di prossimità, sono chiamati ad impegnarsi a scovare, dunque cogliere, accogliere e valorizzare piccole conquiste che, per il/la ragazzo/a diventano grandi, perché possono essere ricordate, richiamate in altri tempi, dunque generatrici di uteriorità.

 

Mantenendoci su questo livello di riflessione alta, che ispira i percorsi più concreti delle esperienze, quali temi  proporrebbe al mondo degli adulti che si fanno carico della gestione di  ragazzi a rischio dispersione?

  1. Può prendere il decalogo “Una mappa per una scuola inclusiva”, che ho elaborato per l’articolo “Verso una pedagogia della prossimità”.
  2. Maggiore complessità porta a maggiori responsabilità ma anche a maggiori possibilità e generatività.
  3. Centralità dell’intero dove lo specifico trova spazi propri e condivisibili.
  4. Tempi di prossimità per accompagnare, aiutare, fare con ….., fare insieme…… esserCi, ma anche “ci sono e non ci sono”, in sintesi dare valore, spingere all’autonomia.
  5. Impegnarsi a vivere attimo dopo attimo con pazienza, intensità, presenza, etica del dovere, accompagnati da un agire timido e generativo, da uno sguardo che vede e va  oltre l’orizzonte.
  6. Avvalersi dell’intuizione perché è più veloce della razionalità, risponde ai bi-sogni in maniera creativa e intuitiva, in altre parole, dare spazio alla forza cosciente più che a quella meccanica per vedere “l’invisibile”come ci insegna Antoine De Saint Exuèry nel suo illuminante testo Il piccolo principe..
  7. Non arrendersi nei momenti di difficoltà, anticipare i problemi attraverso la cura del con-te-sto, utilizzare la legge della relazione, dell’empatia e della prossimità.
  8. Emergenze. Fare subito le cose semplici che vengono incontro e organizzarsi per le altre. Non rimandare troppo.
  9. Evitare di essere o indurre alla competizione, è una forma del conflitto.
  10. Non restare paralizzati a causa dei rischi o delle paure; l’immobilità può causare danni maggiori e più difficili da scardinare.
  11. Ogni chiara intenzionalità/meta/scopo chiede sviluppi flessibili, agili, spesso imprevedibili e irripetibili. Fare in modo che ogni cosa serva e possa trasformarsi in un buon ricordo, ovvero fare occhi grandi verso quella meta o meglio quella … co-meta  e camminare da soli ed in compagnia.

 

Cosa intende col termine prossimità?

Il Welfare di prossimità è la fonte ispiratrice di pensieri e di comportamenti che hanno lo scopo di riconoscere le persone e riagganciarle ad un percorso di trasformazione. “Sono presente a te che sei sulla mia strada. Mi allontano da te per lasciarti andare”.

Oggi impariamo dentro un sistema (lavorativo, scolastico, sociale, economico…) imprigionato da procedure, prassi ingessate con il rischio dell’immobilità, dunque della distruzione.

Stiamo dentro grandi contenitori impegnati a celebrare le differenze all’interno di criteri riduttivi, ambienti rigidi e inagibili.

Stiamo nelle croste (miti moderni), siamo affezionati ai nostri IO prepotenti e autoreferenziali.

Il welfare di prossimità intreccia la pedagogia con l’economia, l’edilizia, l’ambiente, , il sociale, l’innovazione, l’organizzazione, in altre parole, tende a migliorare lo sviluppo umano e comunitario, le loro potenzialità, utilizzando al meglio ogni risorsa utile per crescere insieme.

La capacità e la possibilità di sentirsi prossimi ad altri e altro, slegano dal vicolo e dall’irresponsabilità, liberano dalla paura delle scelte, aiutano il coraggio di crescere, invitano a unire gli sforzi, le risorse di soggetti istituzionali e no.

Il Welfare di prossimità non è un bel pensiero astratto, un fare isolato, un dovere civile o stare nella prigione del pregiudizio e tentare la liberazione o stare solo con i propri obiettivi.

Ma questo non riguarda solo la scuola?

Il Welfare di prossimità può prendere corpo in ogni luogo: in politica, sul lavoro, nel tempo libero, passeggiando, prendendo il treno, sorseggiando un caffè…. I luoghi diventano opportunità per tessere relazioni di costruzione, solidarietà, sostenibilità, per credere fermamente nella forza sorgiva di darsi agli altri, in un tessuto di fiducia nell’uomo e di gratitudine alla vita. In tal modo, l’altro non si aspetta di ricevere un servizio, ma partecipa a un’opportunità, a un progetto condiviso, con potenzialità proprie, consapevoli o no.

L’intenzionalità è di dare forma al proprio essere e vedere il prossimo, farsi prossimo nel dialogo, nel confronto, nell’aiuto che creano coscienza (Freire), intenzionalità (Bertolini) e azione. Si tratta di attivare una complementarità fra ruoli professionali e ruoli sociali prossimali; ciò implica una conoscenza delle risorse dei contesti, la loro valorizzazione ed estensione in progetti che si intonano al contesto culturale e socio-economico. E’ necessario dare importanza alle infrastrutture di connessione e relativi ruoli; assumere un’ottica positiva per perseguire il bene dell’altro, senza sostituirsi, con rispetto, lontano dalla sola necessità di auto-realizzarsi; praticare relazioni di solidarietà, incontri da soggetto a soggetto, da istituzione a istituzione; tra generazioni, infra-familiare, dunque coesione che scaturisce dalla coscienza di far parte di un uno.

E’ compartecipare per:

– far emergere, valorizzare, mettere alla prova e capitalizzare il ricco bagaglio di risorse, potenzialità ed esperienze di ciascuno, favorire una loro possibile rivisitazione, riutilizzabilità e sviluppo.

– Costruire azioni che arricchiscano la vita personale perché è connessa con altre identità professionali e personali.

– Costruire abilità e strumenti per cercaroriente, più agevolmente, in un mondo in corsa e preoccupante trasformazione.

– Sperimentare strumenti critici per mettersi in discussione e dialogare.

– Saper andare contro corrente.

– Abitare ambienti belli e agili perché pensati, agiti, curati e organizzati, allargare le modalità di utilizzo degli spazi, costruire insieme contesti di significati che collegano.

Tutto questo definisce un a priori esistenziale che è indispensabile descrivere con puntualità e rigore. Non si deve temere di essere troppo teorici od astratti, soprattutto quando queste riflessioni sono orientate da intenzionalità, come mi sembrano queste che sto cercando di argomentare. La qualità della concretezza, l’operatività, viene proprio da queste basi che stanno a monte e che non si esagera mai nel richiamarle. Sono le fondazioni che orientano la costruzione di una buona didattica.

 

La didattica in quale rapporto sta con queste basi teoriche?

E’ l’ambito in cui è possibile avere a disposizione anche strumenti per ideare, realizzare, consolidare, valutare un curricolo verticale, una progettazione articolata e aderente ai bisogni, le molteplici prassi vive e trasferibili.

Poi si deve innescare lo stimolo che spinge, provoca lo studente all’interesse/motivazione, a cercare.  L’incontro con il conoscere parte sempre da una curiosità, da una domanda, da un desiderio che ogni persona ha dentro, tanto più l’alunno.
La didattica tende non solo a dare risposte, ma anche ad acuire la curiosità e la ricerca affinché ognuno, in ogni situazione, soprattutto nella relazione quotidiana, sia accompagnato, incoraggiato a scoprire, a sviluppare, a veder fiorire, in modo grande, la sua identità libera, autonoma e in divenire.

In mezzo a queste due aree, gli a priori e la didattica, c’è la progettualità che aiuta a dare senso e significato all’andare. La progettualità, nelle sue diverse articolazioni (Territorio, Istituto, Scuola, classe/sezione, personalizzata, individualizzata), è un esempio e testimonianza di chi pensa e abita la scuola, chi si pone in ascolto e in dialogo con il mondo, la cultura e l’esistenza.

Il progetto, è una mappa, un disegno di annuncio, è promessa e impegno, uno scenario teatrale in movimento per orientare e svelare le arti proprie di ciascuno.

A Mirandola stanno fiorendo tutte queste connessioni. Naturalmente le condizioni di fondo non le abbiamo costruite noi, le abbiamo trovate, sono fondazioni che vengono da lontano, ovvero dalla loro storia ed identità in movimento. Noi abbiamo favorito connessioni fra una cultura consolidata e persone molto motivate e preparate. Il tutto si è avviato, quasi con naturalezza. Il progetto ha lo scopo di allargare il campo dell’esperienza scolastica alla comunità locale dove si attivano contatti con “educatori per caso/di prossimità” (meccanici, informatici, cuochi, pasticceri, grafici,…) accompagnati da educatori sociali che assumono il compito di mediatori dell’ inclusione, dell’incontro nella scuola e nel territorio.

Gli educatori di prossimità rappresentano un punto forte del progetto e loro stessi sono chiamati a riflettere sulle loro piccole conquiste, riconosciute come valore, perché importanti, le hanno custodite e richiamate come forza generativa in tempi successivi.

Si concretizza, così, l’invito alla corresponsabilità educativa, all’aiuto, a fare insieme a chi è prossimo: i giovani, le loro famiglie, le istituzioni, il sociale pronti a mettersi in gioco.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *